LA LINGUA DEI SICULI (Enrico Caltagirone)
Premessa
Quando ho iniziato la mia ricerca sul siculo e sull’etrusco mi sono subito reso conto di muovermi nelle sabbie mobili, un po’ per la difficoltà oggettiva di capire una materia così difficile, ma soprattutto per la diffidenza che sentivo crescere intorno a me. Ma alcuni studiosi, alcuni ricercatori dotati di classe e di gentilezza, a prescindere dal loro pensiero in materia di “etrusco”, hanno accettato il dialogo con un modestissimo ricercatore e dato dei consigli molto preziosi. Mi hanno suggerito infatti che non è importante tradurre l’etrusco o il siculo (!), quanto fare dell’etrusco e del siculo una scienza, creare cioè un metodo affidabile di ricerca che possa servire anche ad altri.
Questi consigli preziosi hanno sempre guidato la mia ricerca. Senza un metodo affidabile e inconfutabile, infatti, tutti possono affermare di saper tradurre una lingua qualsiasi, con la conseguenza che nessuna delle acquisizioni fino ad oggi date per sicure può oggettivamente essere data per definitiva.
Quando frequentavo il mio primo corso di sanscrito ho acquistato, fra tante grammatiche, anche quella mitica di A.M. Pizzagalli della Hoepli, ristampata dalla Cisalpino-Goliardica. Nell’introduzione si può leggere la seguente frase: «... l’antico indiano nelle sue varie forme, più nella morfologia che nella fonetica e nella sintassi, è pur sempre la lingua che più si avvicina alla struttura della lingua originaria indo-europea». Sembrerà banale, ma per me questa frase ha avuto l’effetto di una rivelazione. Praticamente c’era già la chiave di tutto, bastava riflettere sul vero significato di queste parole per avere le coordinate giuste per la ricerca. Un misterioso sentiero si è aperto dinanzi a me, ed io pur non essendo fra i più attrezzati nel mondo della linguistica, avevo il privilegio di sapere dove andare a cercare.
IL PROBLEMA INDOEUROPEO
1. Una questione di metodo
Quando mi sono accostato alle antiche iscrizioni italiche, sono stato colpito dalla banalità delle interpretazioni: alcune sono di una banalità a dir poco sconcertante! “Com’è possibile” mi sono chiesto “che siano state scritte e tramandate ai posteri simili cose?” Non riuscivo veramente a capacitarmi. Qualche ricercatore, per la verità, si è dissociato dai metodi interpretativi più in auge. Mi riferisco a Piero Bernardini Marzolla, per i suoi studi sull’etrusco, ma i suoi tentativi sono stati stroncati o, nella migliore delle ipotesi, ignorati dalla maggioranza dei glottologi italiani.
I più importanti fra questi si sono rifiutati di usare il metodo etimologico, giudicandolo antiscientifico a causa dell’abuso che ne era stato fatto e, quindi, hanno optato per il metodo combinatorio. Ma cercare di decifrare e interpretare una lingua, usando quasi esclusivamente questo metodo non è, a mio parere, un modo adeguato di affrontare il problema. Il metodo combinatorio può servire da supporto, ma la strada maestra è sicuramente il metodo etimologico. Del resto l’individuazione di una lingua di riferimento è stata la chiave che ha permesso di svelare il segreto di tante scritture. «È in questo modo» spiega Ernst Doblhofer «che Champollion si aiutò con il copto per i geroglifici egizi, Grotefend, Rawlinson e Smith con l’avestico per il cuneiforme, Hans Bauer e Èdouard Dhorme per il gublitico col semitico, Smith per il cipriota e Ventris per il cretese-miceneo col greco».
Un giorno, leggendo un libro che parlava dei Siculi, mi sono imbattuto nella parola akaram, contenuta nell’iscrizione di Mendolito (Adrano), e mi sono ricordato che akarai figura nell’Aryballos Poupé e in altre iscrizioni etrusche riportate da Testimonia Linguae Etruscae di Massimo Pallottino. Chi ha qualche dimestichezza col sanscrito, non avrà difficoltà a capire che non si tratta di una semplice assonanza fonetica, visto che le due parole sono cadenze del verbo sanscrito kr (latino creo)che significa fare, costruire, un significato che è pertinente a un vaso, a una statua o a un muro di cinta.
Nella stessa iscrizione sicula di Mendolito in cui figura akaram, compare anche la parola doara: dal momento che l’iscrizione è incisa su una pietra inserita in un muro accanto a una porta, è stato consequenziale risalire alla parola sanscrita dvâra, che significa porta (inglese door). Nella stessa iscrizione figura anche la parola agies, che può essere accostata al sanscrito aja, che significa capra, gregge. In breve, nonostante le difficoltà di interpretazione dovute al cattivo stato del reperto, l’iscrizione ha avuto per me questo significato: il muro era stato costruito per difendere le greggi.
2. La linguistica comparata
Il termine “sanscrito” significa “perfezionato”. In una accezione più ampia è riferito a tutta la fase dell’antico indiano e si distingue in sanscrito vedico (Rig-veda, Yajur-veda, Sâma-veda e Atharva-veda); sanscrito ieratico (letteratura esegetica: Brâhmana, Arianyaka, Upanishad); sanscrito epico (Mahâbharata e Râmâyana); sanscrito classico o sanscrito per eccellenza, cioè la lingua fissata dai grammatici e particolarmente dal Pânini. Anche se nell’uso epigrafico è attestato piuttosto tardi, il suo uso orale è antichissimo.
Il pioniere degli studi sanscriti, sir William Jones, nel 1786 colse per primo, con sua grande sorpresa, le somiglianze, sia nei vocaboli che nella grammatica, del sanscrito con il persiano, il latino, il greco, il celtico e il gotico. Egli osservò, per fare un esempio molto semplice, che nelle varie lingue indoeuropee il vocabolo “madre” conserva sempre la stessa radice: nel sanscrito è mata, in latino mater, in celtico irlandese mathair, in persiano mathir, in tedesco mutter, in islandese módir, in svedese moder, in danese e norvegese mor, in olandese e fiammingo moeder, in francese mère, in italiano e spagnolo madre, in rumeno mama, in armeno mair, ecc. (possiamo aggiungere nel siculo matere-metere e in etrusco ati-ata).
Questa scoperta di Jones, che all’inizio sembrò poco importante, ebbe conseguenze rilevanti nella linguistica. Tra i ricercatori più attivi nello sviluppo delle teorie di Jones si segnalarono i linguisti tedeschi Friedrich von Schlegel e Franz Bopp. Si trattava di studi che oggi appaiono un po’ approssimativi e di tipo congetturale, ma che contribuirono alla elaborazione dell’ipotesi che tutte le lingue indoeuropee derivassero da un proto-indoeuropeo arcaico.
Ciò che questa nuova disciplina rappresentava era una netta separazione con quella che fino a quel momento era stata l’interpretazione ortodossa dell’eredità giudaico-cristiana, che sosteneva la primogenitura della lingua ebraica, secondo il dettato biblico, da cui sarebbero derivate tutte le altre lingue. Jones ebbe seri problemi a fare accettare ai suoi contemporanei le sue idee, come era già accaduto a Galilei e come sarebbe accaduto a Darwin. Ma al pari della teoria eliocentrica e di quella evoluzionistica, quella linguistica di Jones contribuì a separare le convinzioni religiose dalle teorie scientifiche.
Purtroppo le considerazioni linguistico-culturali di questi autori furono inquinate da elementi di razzismo. Max Müller, il maggiore linguista del tempo, si lasciò andare a considerazioni che produssero effetti disastrosi. Scriveva Müller: «Le nazioni ariane stanno davanti a noi nella storia come le principali nazioni del nordovest dell’Asia e dell’Europa. Gli Ariani sono stati i protagonisti del grande dramma della storia, e hanno portato al pieno sviluppo tutti gli elementi della vita attiva di cui è dotata la nostra natura. Essi hanno perfezionato la società e la morale; e noi apprendiamo dalle loro opere letterarie e artistiche gli elementi della scienza, le leggi dell’arte e i principi della filosofia. Nella continua lotta tra loro e le razze semitiche e turaniche, queste nazioni ariane sono diventate le dominatrici della storia, e sembra che sia loro missione legare insieme tutte le parti del mondo mediante le catene della civiltà, del commercio e della ragione».
Anche un autore come Gordon Childe nel suo testo più famoso, The Aryans, si lasciò andare a considerazioni sulla superiorità fisica degli ariani «che li rendeva adatti a essere i veicoli di una lingua superiore» e sulla superiorità della loro forza «atta a conquistare anche i popoli più avanzati». Veniva dunque espressa l’idea non solo di una cultura ariana unitaria per quanto riguarda la lingua, ma anche di una presunta superiorità razziale.
Sappiamo a quali aberrazioni portò questa idea. Ma non dobbiamo in ogni caso dimenticare che la lingua rimane uno straordinario strumento di cultura. E dunque non possiamo affermare, cadendo nell’errore opposto, che tra lingua e cultura non ci sia alcuna relazione.
3. Che cosa dicono gli antropologi e gli archeologi?
Tutti gli studiosi e i ricercatori che si sono occupati di proto-indoeuropeo si sono sempre interrogati sulla lingua che ha dato origine a tutte le altre (madre-lingua, proto-lingua) e anche sulla sua patria originaria. Il problema è stato analizzato da antropologi, archeologi, epigrafisti, paletnologi, etnologi, linguisti, sociologi, con centinaia e centinaia di pubblicazioni, monografie, articoli e con numerose interpretazioni e altrettante divergenze sulla sua soluzione.
In una recente pubblicazione, Anonimi dell’Egeo e del Mediterraneo nella prima età dei metalli, Editta Castaldi sottolinea come la lingua parlata muti in continuazione ed è indispensabile ricorrere allo studio delle etimologie per comprendere meglio la formazione di una civiltà, anche se a questo proposito molti studiosi, tra cui Devoto, affermano che «l’etimologia è scienza aleatoria».
Analizzando il libro di Editta Castaldi, che voglio ringraziare per la squisita gentilezza e la disponibilità al dialogo, si riescono a ricostruire le linee portanti della ricerca contemporanea più accreditata.
– G. Devoto (1962) e J. Makkay (1987) notano come i neolitici portatori della cultura Danubiano I e Danubiano II sono proto-Indoeuropei.
– S. Lloyd, già nel 1962, ha prospettato relazioni tra Beycesultan, Troia, Poliochni, le piane del Konia, della Cilicia e la zona dell’Amuq. Questa lunghissima sequenza di correlazioni, ininterrotta dal 5.000 a.C., improvvisamente si interrompe nel 2.800 a.C., in concomitanza con una invasione indoeuropea.
– J. Yakar (1981) mette in rilievo l’impatto degli Indoeuropei nell’Anatolia con trasformazioni che interrompono la sequenza calcolitica. Nel tardo calcolitico, ad esempio, «resti di cavalli in siti anatolici della regione del Keban (dove i cavalli erano sconosciuti) costituirebbero la prova dell’arrivo di nuove genti a cavallo», (tesi sostenuta anche da Phillips, 1965 e da Bokonyi, 1977).
– M. Gimbutas, in pubblicazioni del 1973, 1977 e 1980, condivide con molti altri ricercatori che a ondate successive siano avvenute infiltrazioni di popolazioni proto-indoeuropee (per la maggior parte costituite da pastori e allevatori di cavalli), che arrivarono fino al Mediterraneo e svilupparono una grande abilità marinara.
In base a ricerche effettuate sul campo, la Gimbutas ha individuato i punti di partenza e quelli d’arrivo di queste migrazioni. Sostiene infatti che popolazioni Kurgan (che avevano la caratteristica di seppellire i morti in tombe a tumulo), provenienti dalle regioni del Basso Volga e del basso Dnieper, avrebbero effettuato la prima e la seconda ondata migratoria tra il 4.400 e il 4.300 a.C.; la III e la IV ondata tra il 3.200 e il 2.800 a.C., quando riuscirono a invadere la regione danubiano-balcanica e a raggiungere l’Egeo e l’Adriatico.
La Gimbutas afferma anche che genti Kurgan della III e IV ondata avrebbero causato la distruzione di molti siti del Mar Nero, dell’Egeo e del Mediterraneo orientale, e sostiene che «i livelli di distruzione risalgono a date quasi sincroniche» e che gli avamposti Kurgan della III ondata avrebbero raggiunto persino le coste dell’Italia centrale e meridionale.
– C. Renfrew (1989) ha avanzato la tesi che insediamenti di proto-Indoeuropei nell’Anatolia centrale potrebbero aver avuto inizio a partire dal VII millennio a.C. ed essere stati opera di Arii neolitici che avanzavano a ondate di 40-60 km per generazione. Come molti certamente sanno, Arii significa “condottieri” e anche “nobili”. Avevano cavalli per spostamenti veloci e ostentavano scettri impreziositi da sculture di teste di cavallo.
– Autori come Telegin (1986), Levine (1990) e Anthony (1991) credono di aver individuato nello stanziamento di Dereivka, vicino al fiume Dnieper in Ucraina, cioè nel punto di partenza delle genti Kurgan, l’inizio della domesticazione del cavallo.
– M. e K.V. Zvelebil (1988) ritengono che la diffusione delle pratiche agricole abbia costituito una formidabile onda di avanzamento delle lingue indoeuropee, che essi chiamano «lingue degli agricoltori».
– A. ed S. Sherratt (1988) ritengono probabile la ricostruzione della Gimbutas che localizza il punto di partenza dei proto-Indoeuropei nelle steppe pontiche, dove si conosceva la domesticazione del cavallo, animale di fondamentale importanza per spostamenti veloci, ma credono anche che nell’area anatolica del II millennio a.C., dove fiorirono i sottogruppi del linguaggio indoeuropeo Hittita, Luvio e Palaico, debba essere esistito un «indoeuropeo ancestrale».
– P. Bosh Gimpera, con El problema indoeuropeo (1960), immaginò lo sviluppo e l’evoluzione del linguaggio indoeuropeo «come una serie di successive ramificazioni a partire da un unico ceppo originario». Conseguentemente si ebbe la suddivisione quasi meccanica delle lingue in due famiglie a seconda del modo di esprimere il numero “cento”: il gruppo centum (dal latino) che riguarderebbe latini, greci, celti e germani, e il gruppo satem (dall’indo-iranico) che riguarderebbe gli indoeuropei orientali, cioè indiani, iranici, baltici, slavi.
4. La migrazione indoeuropea verso ovest e verso est
Sembra dunque che gli indoeuropei, servendosi di armi efficienti e del cavallo, siano piombati come una bomba sull’Europa ancora preistorica verso la fine del neolitico, cambiando abitudini civili, religiose e lingua delle popolazioni che riuscivano a sottomettere. Dobbiamo quindi pensare che il loro punto di partenza sia da ricercare là dove si verificò la domesticazione del cavallo, nelle vaste praterie della Russia meridionale, alle foci del Volga e del Dnieper. E quindi dobbiamo partire all’incirca dal 4.400 a.C. come momento in cui collocare la prima ondata indoeuropea. Ciò significa che l’origine degli indoeuropei è da collocare molto prima nel tempo, forse mille anni, o duemila, o addirittura tremila anni. Dovremmo parlare dunque del settemila a.C. come data in cui collocare la nascità della primissima identità indoeuropea.
Questi indoeuropei erano bianchi, parlavano una lingua che possiamo chiamare pre-indoeuropea e che dobbiamo considerare come la madre di tutte le lingue indoeuropee, sia orientali che occidentali. Anche la loro terra di origine, la loro zona nucleare, doveva essere situata in una posizione tale da permettere loro di spostarsi sia verso oriente, verso le fertili vallate fluviali dell’India, che verso occidente, verso le praterie della Russia meridionale così ricche di cavalli, da cui avrebbero spiccato il volo verso occidente. La teoria di Renfrew, cioé che insediamenti di proto-indoeuropei nell’Anatolia centrale possano aver avuto inizio a partire dal VII millennio a.C., mi sembra che non collimi troppo con questa ricostruzione. Penso che insediamenti in Anatolia di Arii neolitici che avanzavano a ondate di 40-60 km per generazione, siano avvenuti in epoche successive, cioè a partire dalla seconda ondata, cioé verso la fine del quarto millennio a.C.
Nel Rig-Veda, la più antica delle quattro innodie vediche tramandate a memoria nella loro forma originaria, si descrive un paesaggio anteriore al 1900 a.C., quando esisteva ancora il fiume Sarasvati, e si fa riferimento a configurazioni astronomiche presenti dal 4.500 al 2.500 a.C..
Il primo ad accorgersi di questi riferimenti astronomici presenti nel Rig-veda fu il ricercatore indiano Bal Gangadhar Tilak. Anche studiosi occidentali si sono occupati di questo problema: Hermann Jacobi, un insigne studioso tedesco di letteratura vedica, notò che uno degli inni del Rig-veda (v. 18-19) fa riferimento a una disposizione stellare presente solo nel periodo che va dal 4.500 al 2.500 a.C., e attribuì la maggior parte degli inni vedici a quel remoto periodo.
Il linguaggio dei Veda è un sanscrito arcaico, quello che presumibilmente parlavano le popolazioni proto-indoeuropee che si sono infiltrate in India probabilmente a partire dal 7.000-6.000 a.C.. Possiamo ipotizzare che dall’insediamento originario, la prima zona nucleare neolitica (Mehrgarh?), queste popolazioni si siano mosse in direzione sud-est verso le vallate fluviali indiane, prima fra tutte quella del Sarasvati (fino al 1.900 a.C.).
La città neolitica di Mehrgarh, nel Pakistan orientale (Belucistan), è da considerare una delle più straordinarie scoperte archeologiche contemporanee, e quando si capirà fino in fondo la sua importanza, le considerazioni fin qui fatte sulla storia antica potrebbero essere messe in discussione.
Se i primi livelli di città antichissime come Mohenjo Daro e Harappa vanno collocati in un periodo di poco anteriore al 3.000 a.C., gli scavi della città neolitica di Mehrgarh portano a una data prossima al 6.500 a.C., cioè l’epoca di Çatal Hüyük in Anatolia, Jarmo in Mesopotamia e Gerico in Palestina. Ma se Çatal Hüyük è stata definita il sito neolitico più grande finora conosciuto, con una stima approssimativa di 4.000 abitanti, per Mehrgarh bisogna parlare di circa 25.000 abitanti, quando per fare un paragone, la popolazione di tutto l’Egitto, nel 6.000 a.C. è stata stimata intorno ai 30.000 abitanti.
In diversi inni del Rig-veda il dio Agni, il dio del fuoco, viene invocato per proteggere le popolazioni ariane delle “cento città” (ricordo per inciso che la parola vedica per città è pur-a, un vocabolo che ritroviamo in Sicilia nel siculo e nell’elimo, puri e nell’etrusco, spur). Se gli Arii fossero stati solo distruttori, quella preghiera non avrebbe senso.
Quando il grande fiume Sarasvati, a cui si fa riferimento nel Rig-veda, scomparve, secondo le ipotesi più accreditate, per grossi movimenti sismici che deviarono le sue sorgenti, anche le grandi città di Mohenjo Daro e Harappa cessarono di esistere.
5. Origini indoeuropee del siculo
Il problema dell’origine indoeuropea per il siculo non si pone, soprattutto perché sono state da sempre classificate come derivanti dal latino o dal protolatino alcune parole dell’iscrizione di Centuripe. In realtà l’appartenenza del siculo al gruppo delle lingue indoeuropee è data da altre correlazioni.
La glottologia moderna ha individuato tutta una serie di elementi lessicali e grammaticali risalenti a origini comuni. Per fare un esempio, la comparazione del sanscrito asmi, io sono, dell’ittito esmi, del greco eimí, del latino sum, del lituano esmi, dell’elimo emi, del siculo ami-emi, dell’etrusco ame, mi, mini induce a supporre una forma originaria indoeuropea comune.
In alcune iscrizioni sicule rinvenute a Montagna di Marzo figurano le seguenti frasi: maieskakami, arakakami, dadenami, che sono coniugazioni perfettamente sanscrite (il verbo sanscrito khak, tema del presente khaka, significa desiderare; il verbo sanscrito dhan, tema del presente dadhan, significa muovere).
È importante rilevare che, oltre alle radici verbali uguali, costituite da elementi consonantici stabili, è simile la forma che caratterizza gli aspetti dell’azione (nel nostro caso il presente, ma come si vedrà, nel siculo sono presenti anche forme dell’aoristo e dell’ottativo). E cosa ancora più sorprendente, almeno per coloro che hanno sempre ritenuto l’etrusco una lingua non indoeuropea, il verbo sanscrito khak, desiderare, è attestato anche in etrusco, nell’iscrizione di Laris Pulenas.
Dalle traduzioni appare evidente che il siculo è una lingua flessiva, come tutte le lingue indoeuropee, con una netta distinzione tra nome, pronome e verbo che si flettono ciascuno secondo regole particolari. Gli avverbi, che erano probabilmente nomi flessi divenuti invariabili, nei composti siculi precisano le relazioni spaziali e temporali. Alcuni verbi si trasformano in preposizioni, preverbi o posposizioni.
Nel siculo, che purtroppo è attestato solo in iscrizioni brevi e frammentarie, così come accade nel sanscrito, sono presenti numerosi composti: apo-teron, po-mana, rato-ra, kento-ripe, viino-brtom, empo-ni-tantom.
6. Perché solo il sanscrito?
Il lettore potrà chiedersi: «Perché il siculo è da accostare al sanscrito? Perché non al latino o al greco? Il latino e il greco non sono lingue indoeuropee come il sanscrito?»
Bisogna considerare che la maggior parte delle radici proto-indoeuropee non esistono più in latino e in greco, lingue evolutesi in modo autonomo rispetto all’etrusco e al siculo, proprio perché patrimonio di popolazioni che, partite dalle zone di origine in tempi diversi rispetto ai Siculi e agli Etruschi, hanno usufruito di un’enorme quantità di scambi culturali e commerciali con le popolazioni con cui sono venute in contatto. Mentre il siculo e l’etrusco sembrano lingue rimaste isolate a lungo in enclavi culturali, che hanno contribuito a renderle dissimili dalle altre lingue occidentali, dette centum.
Nel latino e nel greco, così come nel persiano, nel celtico e nel gotico, troviamo solo poche parole riconducibili al linguaggio ancestrale indoeuropeo che non ci permettono una comparazione col siculo e con l’etrusco. Il sanscrito invece, rimasto immutato nei secoli grazie alla tradizione orale che ha tramandato gli inni sacri Veda, ha conservato quelle radici originarie integre che oggi ci permettono una comparazione con il siculo e l’etrusco.
Ora poniamoci un’ulteriore domanda: nel siculo e nell’etrusco ci sono anche degli espliciti riferimenti alla cultura vedica?
Le iscrizioni sicule sono troppo brevi e troppo frammentarie, ma affiora da esse qualcosa che potrebbe far pensare a una cultura religiosa molto profonda.
Nei due tegoli di Adrano si dice: “Per i due morti qui deposti invoca dio”, “Concedi ai resti di risorgere”. Nell’iscrizione di Centuripe si può leggere: “Mi offre Nono, io sono un vaso per l’acqua: è per la tua lunga strada, o Nane!”
Non è moltissimo, ma emerge un contesto profondamente religioso non molto dissimile da quello vedico: il riferimento alla lunga strada da percorrere nell’aldilà fa pensare a un inno del Rig-veda (X, 16), in cui l’anima del defunto compie un viaggio per andare a raggiungere i padri, «quelli il cui re è Yama, che porta via tutte le impurità».
Nell’etrusco i riferimenti sono più numerosi. Per cominciare, la parola usata per “tomba” è sudi, che in sanscrito significa purificazione. Il tema del viaggio da percorrere nell’aldilà è sempre presente nella raffigurazione funeraria etrusca. Nelle Bende di Zagabria, un esteso documento epigrafico dipinto su un lenzuolo che avvolgeva una mummia, si possono leggere testimonianze etico-religiose come questa: “I benefici ottenuti con la violenza e velocemente, i titoli e i favori, col passare del tempo si dissolvono, decadono e svaniscono. Il devoto per essere felice sia devoto agli dèi, regali i propri beni. I titoli e i favori ottenuti con la violenza e i benefici si dissolvono, col passare del tempo i benefici... (decadono e svaniscono)” (E. Caltagirone, Un grido dal passato, Marna).
Nel kyatos di Vetulonia (TLE 366), ritrovato nella tomba di un guerriero, si può leggere: “Chi ha ottenuto la cintura di murvà, la porti con coraggio e saggezza, abbia poco riguardo per la propria persona, e principi immortali e imperituri” (E. Caltagirone, op.cit.).
7. Conclusione
Partendo dalla constatazione che il siculo è una lingua imparentata strettamente col sanscrito, tentiamo di azzardare delle ipotesi che, anche se suffragate da rispondenze archeologiche e ricostruzioni linguistiche logiche e verosimili, rimangono ipotesi, perché in questo campo è meglio non lasciarsi andare a ipersemplificazioni.
Gli Etruschi e i Siculi erano molto probabilmente tribù di proto-Indoeuropei che in epoche molto remote si spostarono dalla loro sede originaria in direzione ovest, verso le steppe sarmatiche e pontiche, dove conobbero la domesticazione del cavallo, e in ondate successive raggiunsero l’Anatolia (gli Etruschi) e la penisola balcanica (i Siculi). Oppure erano tribù di proto-Indoeuropei che, partendo dalla primissima zona nucleare, andarono verso sud-est, verso le fertili vallate indiane (Sarasvati, Indo), dove metabolizzarono i primi rudimenti della cultura vedica e poi, a causa di qualche guerra, o invasione, o pestilenza, o terremoto furono costrette a migrare verso occidente e a stabilirsi rispettivamente in Anatolia e nei Balcani.
Penso a luoghi differenti per i due popoli perché nelle iscrizioni etrusche figurano alcune parole di origine semitica che possono avere mutuato in Anatolia, mentre parole semitiche sono assenti nel siculo. Nella permanenza in luoghi prossimi al Mediterraneo, tanto i Siculi, quanto gli Etruschi impararono l’arte marinara, giacché i loro nomi figurano nella lista dei Popoli del Mare sconfitti da Ramesse III, insieme a quelli dei Lici, degli Achei, dei Filistei e dei Sardi.
Dopo quella data si assiste a una graduale sistemazione di tutto lo scacchiere mediterraneo: i Siculi giungono in Sicilia e gli Etruschi sulle coste tirreniche dell’Italia centrale.
Il 1200 a.C. costituisce dunque una specie di spartiacque. L’influenza dei Popoli del Mare cambiò la fisionomia del mondo antico. Oggi cominciamo ad averne coscienza, e quindi non si tratta più di semplici ipotesi, giacché il contributo degli archeologi solleva finalmente un velo su tutta la questione.
Si è scoperto che città come Ugarit, Megiddo, Micene, Pilo, Tebe, Troia, Crosso, Hattusas sono scomparse contemporaneamente nell’arco di pochi anni. La loro fine non può essere attribuita a terremoti di faglia o di sequenza, come si riteneva fino a qualche tempo fa, perché le città colpite da fenomeni sismici si riprendono in pochissimo tempo. La fine degli Ittiti, dei Cananei, dei Micenei, dei Cretesi è dovuta all’opera invasiva e prolungata dei Popoli del Mare. Soltanto un colosso come l’Egitto riuscì a resistere, seppure con molte difficoltà.
Da circa venti anni l’archeologo polacco Krzistof Novicki, coadiuvato dall’americano Donald Haggis, ha trovato nell’entroterra cretese non meno di ottanta insediamenti dell’età del bronzo in posti dove non ci si aspetterebbe di trovare delle città, cioè ad un’altezza media di mille metri sul livello del mare, e in alcuni casi, come Karfi e Katalimata, a 1200 metri. I cambiamenti climatici, i terremoti, la siccità non possono indurre intere popolazioni rivierasche a trasferirsi in montagna, dove scarseggia l’approvigionamento idrico e il reperimento delle risorse alimentari è problematico.
Tutte queste considerazioni rendono il racconto di Erodoto sulla migrazione degli Etruschi attendibile.
È noto che il linguaggio proto-indoeuropeo introdotto in India dagli Arii, o da popolazioni che la tradizione ha da sempre chiamato Arii, e usato negli inni sacri del Rig-veda, col passare del tempo è diventato la lingua della classe dominante, soprattutto dei sacerdoti e dei dotti (sanscrito classico), una lingua affiancata da idiomi più popolari (Pracriti), in una situazione di diglossia, essendo questi subordinati ai primi sul piano socio-politico.
Quando i Siculi sono giunti in Sicilia, parlavano dunque una lingua che possiamo definire “presanscrita”. Da questa lingua-madre (proto-indoeuropeo) sarebbero derivati, oltre al siculo, il sanscrito, l’etrusco, il retico, il lemnio e probabilmente anche l’elimo, lingue da considerare in una situazione diatopica, cioè soggette a variazioni linguistiche derivanti dai diversi contesti geografici e culturali in cui si sono collocate, ma tutte appartenenti al gruppo satem indo-iranico.
A suffragare questa tesi è giunto di recente, inaspettato, un articolo di Helmut Rix che costituisce un contributo importante nella classificazione del retico. L’illustre studioso tedesco ha individuato i tratti morfologici, fonologici e sintattici comuni nell’etrusco e nel retico: a una analisi attenta dei testi sono emerse corrispondenze e differenze, nonché la parentela genetica tra le due lingue. Il Rix ha concluso affermando che etrusco e retico devono essere considerati derivanti da una lingua madre comune, una lingua che egli chiama “protolingua”. Considerando poi la marcata differenza dei nomi, lo studioso ha affermato che la separazione deve essere avvenuta in tempi preistorici, precedenti all’introduzione della scrittura. Ma qual è la “protolingua” di cui parla Rix? Egli non lo dice. Resta comunque il fatto che, se quanto dice lo studioso è vero, il metodo etimologico, il riferimento cioè ad una lingua madre, buttato fuori dalla porta, è rientrato dalla finestra.
Possiamo quindi affermare che il sanscrito è uno strumento utile per ritrovare le antiche radici delle lingue indo-europee, visto che è l’idioma dove queste si sono meglio conservate, e che si può tranquillamente parlare di “corrispondenza” più che di “derivazione”.
IL MISTERO DELLA LINGUA DEI SICULI
1. Situazione attuale
«Quelli che non sanno fare una scienza ne fanno la storia o ne tracciano i limiti o ne discutono il metodo. Temo che questa nota ironia sia pienamente applicabile a quanto ci proponiamo di fare». Così è stato introdotto uno dei tanti Congressi internazionali sulla Sicilia antica. E mai ironia è stata così pertinente. La storia è stata fatta, i limiti sono stati tracciati e il metodo è stato ampiamente discusso. Purtroppo, però, nessuno, fino a questo momento, è riuscito a fare del siculo una “scienza”.
L’antica lingua dei Siculi, allo stato attuale, è praticamente un mistero, malgrado le “certezze” di qualche studioso. E ciò nonostante l’impegno di eccellenti linguisti che da oltre un secolo si occupano della materia: sostratisti come Trombetti, Bertoldi, Battisti, Alessio e Ribezzo, o glottologi come Devoto, Pace, Pagliaro, Durante, Pellegrini, Ambrosini, Parlangeli, Pelagatti, Bolelli, Ferri, Zamboni, Manni, Prosdocimi, Agostiniani, Manni Piraino ecc., per restare agli italiani.
Uno dei motivi principali di questo fenomeno è la pochezza dei documenti. Le iscrizioni sicule si possono infatti contare sulle dita di una mano e hanno caratteristiche di brevità e frammentarietà.
Un altro importante motivo, sottovalutato per le sue conseguenze, è da imputare al metodo di ricerca. Gli attuali ricercatori, come già accennato, hanno abbandonato il metodo etimologico e optato per il metodo combinatorio. Ma anche con questo metodo non si sono avuti risultati significativi. Per quanto riguarda il siculo i vari esperti a tutt’oggi non sono neppure d’accordo sull’attribuzione linguistica dei testi.
Afferma a tale proposito Agostiniani: «Per il metodo, il problema fondamentale al livello dell’analisi interna è quello della attribuzione linguistica dei testi. Se, come abbiamo visto, non sono noti se non in misura irrilevante i tratti costitutivi della tipologia delle lingue indigene, ne consegue che la pertinenza di un testo a tali lingue non potrà decidersi, per il momento, che su basi negative: si dirà perciò che è indigeno tutto quello che non è greco. Su questa formulazione regna l’accordo. Ma si tratta di una formulazione abbastanza brutale, nient’altro che una prima “presa di contatto” con una certa realtà, sostanzialmente dovuta al procedere del pensiero umano in termini binari, ma che indubbiamente necessita di essere precisata in rapporto a tutta una serie di sottocategorizzazioni».
Il distacco dei Siculi dal territorio latino-falisco avviene verso la fine del II millennio a.C. Ciò per altro è ormai assodato dalle testimonianze archeologiche (passaggio dalla cultura di Thapsos a quella di Pantalica).
Le fonti storiche (Ellanico di Mitilene, Filisto di Siracusa, ecc.) collocano la migrazione dei Siculi intorno ai primi decenni del XIII secolo e anche Antioco sostiene che tale avvenimento è posteriore di pochi anni alla guerra di Troia. Siamo quindi qualche generazione dopo la presunta venuta sull’isola di Minosse e dei Cretesi e in un periodo di vasti movimenti etnici. Ma si tratta, in ogni caso, della migrazione dalla penisola alla Sicilia. Della provenienza dei Siculi, prima della loro presenza nell’Italia centrale e meridionale, praticamente non sappiamo nulla.
I Siculi sono dunque giunti in Sicilia alla fine del secondo millennio e, qualunque fosse l’idioma che parlavano, si può desumere che non abbiano avuto contatti significativi col mondo greco, tali cioè da influenzare sostanzialmente la loro lingua, prima dell’arrivo dei Calcidesi sull’Isola (VIII secolo A.C.). Se anche si trovassero parole greche in iscrizioni “indigene”, non si sposterebbe di molto il problema, trattandosi quasi sicuramente di prestiti occasionali o più semplicemente di assonanze fonetiche, non determinanti quindi a livello di lingua. Ma devo dire che nelle iscrizioni sicule da me tradotte non ho trovato tracce di greco.
Lo stesso potrebbe dirsi per il latino. La scuola sostratistica italiana (Ribezzo, Bertoldi, Battisti e Alessio), come spiega ampiamente Zamboni, ha invece cercato di stabilire l’elemento preindoeuropeo siciliano, riferendosi a un legame fra il siculo e le lingue italiche, a causa della presenza di alcune parole apparentemente di origine latina nell’iscrizione di Centuripe.
Questa teoria, ripresa e ampliata da Pagliaro e Devoto, definisce “protolatino” lo strato fino allora detto dagli esperti “siculo-opico-ausonico-latino”, strato da coordinare con un “umbro-sannita-lucano-bruzio”preesistente.
Solo pochi studiosi si sono dissociati da questa esemplificazione. Il Pisani, in particolare, ha espresso apertamente scetticismo nell’accettare un’affinità latino-sicula. Le affinità, infatti, sono più teoriche che reali: gli accostamenti al latino sono molto opinabili e in genere non hanno senso nel contesto delle varie iscrizioni sicule. Coloro che pretendono un’affinità latino-sicula, spiega Zamboni, appartengono a due filoni. Il primo si rifà a «termini di sicura o probabile origine i.e., come indizio di un’antica comunanza dialettale», il secondo «alle voci di origine mediterranea, spiegando le somiglianze come contemporaneità o contiguità di ondate i.e.». E conclude: «Sulla base di questi fatti è dunque difficile aderire fermamente all’ipotesi latino-sicula, essendo tra l’altro problematico parlare di “siculo” come entità linguistica ben definita ed unitaria... Infine, le glosse di sicura origine indoeuropea che rivelano elementi comuni al latino e al siculo non si sottraggono a diversi altri confronti, compromettendo con ciò la propria esclusività».
2. Voci discordanti
Dall’analisi dei testi siculi ho potuto constatare che, trattandosi di scritture continue, a volte bustrofediche, è problematica anche la semplice divisione delle parole e quindi l’identificazione delle glosse, che è estremamente varia e discordante nel vasto panorama degli studiosi.
Dice ancora Agostiniani: «Se per le lingue quali l’osco, il venetico o l’etrusco i testi hanno permesso da tempo di riconoscere tutta una serie di elementi interni ed esterni sufficienti per una descrizione, sia pur sommaria e carente, della loro tipologia (tanto che possiamo affermare con una certa tranquillità che l’osco possedeva un certo tipo di perfetto ed un certo paradigma nominale, e che l’etrusco presenta certe sequenze ricorrenti delle quali magari non si può per ora attingere il significato preciso, ma che si classificano come etrusche e non altro), ciò non è avvenuto, per lo più, per le lingue indigene della Sicilia antica: i testi che si presumono anellenici presentano, variamente combinate, le caratteristiche della brevità, della frammentarietà, della incertezza di lettura».
E aggiunge: «Quale credibilità potremo attribuire ad una lingua che si caratterizza su tratti derivanti da una documentazione forse non pertinente? Sembra dunque più opportuno adottare un criterio “riduttivista” ed assumere, quale ubi consistam iniziale ed autosufficiente, soltanto quei dati sulla cui pertinenza alla lingua in questione non sussistano dubbi».
Gli fa eco Pellegrini: «L’iscrizione di Centuripe resta una delle fonti più importanti per la conoscenza del siculo, conoscenza purtroppo estremamente frammentaria e di utilizzazione storico-linguistica per lo più aleatoria date le varie incertezze ermeneutiche che i pochi testi presentano. Le numerose glosse sicule non sono tutte sicure e le conclusioni che si possono trarre dal loro esame, specie per una illustrazione della supposta affinità latino-sicula, condivisa dalla massima parte dei linguisti – come osserva il Pisani – sono molto incerte».
Durante, pur ritenendo come tanti altri il siculo una lingua indoeuropea vicina al latino e al greco, individua numerose provenienze non latino-italiche, tra le quali vogliamo ricordare iemi, mim, durom, inqube (hemi, iemi, io sono, riconducibile forse all’elimo emi, ma non al latino; mim, dall’antico indiano mam). Suggerisce, dunque, una possibile provenienza indiana almeno per una voce. Peccato che poi non abbia saputo trarne le conseguenze approfondendo l’argomento. Precisa altresì che «nel siculo non risulta nemmeno alcun elemento di provenienza etrusca», e questa affermazione così categorica mi stupisce.
A contraddire Durante ecco Zamboni, il quale riferendosi alla diffusione nell’area sicula di certi termini metrologici dice testualmente: «A me sembra, seguendo un prudente accenno del Pisani, che una diffusione dall’Umbria alla Sicilia di queste voci non possa prescindere da un’efficace mediazione etrusca».
È emblematica questa discordanza fra Pisani e Zamboni da una parte e Durante dall’altra, in quanto le affinità tra siculo ed etrusco, anche se non molto evidenti, non dovrebbero sfuggire a un esperto. Ciò che invece appare sconcertante è che nessuno si sia preoccupato di approfondire l’argomento.
Dice Prosdocimi: «Le classificazioni dei singoli studiosi solo raramente concordano e sembrano spesso dialoghi tra sordi».
A questo punto ritengo utile citare alcuni tentativi di traduzione dell’iscrizione di Centuripe. Per brevità mi limito a quattro esempi, quanto basta al lettore per farsi un’idea.
1) G. Manganaro (in Archeologia classica, vol. XIII, Roma 1961, nota 7) riporta l’interpretazione tradizionale:
NUNU STE(N)TIMEI MARU STAINAM... HEMITON ESTI DUROM- NANEPOS; [DUROM] HEMITOM ESTI VELHOM, NED EMPONITANTOM EREDES VIINO BATO ME
A Nono Stentimi magistrato il vaso... per metà è un dono di Nanepos; (dono) per metà è proprietà; non riempino di vino gli eredi al colmo me!
2) Bolelli (in “Bollettino del centro studi filologici e linguistici siciliani”, pp. 5-12):
NUNUS TENTI MI MADUS TAINA(M); MI EMITOM ESTI DURON NANE; POS (DUROM) MI EMITOM ESTI VELIOM NED EMPONITANTOM EREDES VINOBROTOME
Nono ebbro mi porge il vaso; da me offerto è in dono alla botte; poichè come dono votivo è da me offerto non lo destinino gli eredi (alla cerimonia) del viniferto.
3) S. Ferri (in “Latomus”, XV, 1956, pp. 235, 286):
NUNUS TENTIMARUS TAINAM HEMITOMESTI DUROM. NA NEPOS DUROM HEMITOMESTI VELHOM. NEDEM PONIT ANTOMEREDES OINOBATOM E
Di nonno Tentimaro questa mezzetta di vino schietto (del Nilo). Nane nipote questa mezzetta di vino schietto pone. Ubriachiamoci a gara o a turno!
4) M. Durante (in “Kokalos”, VII, 1961, pp. 91-108):
NUNUS TEMTI MIM ARUSTAINAM; IEMI TOM, ESTI DUROM NANE; POS DUROM IEMI, TOM ESTI VELIOM; NED EMPONITANTOM EREDES VIINOBRTOM E(IK).
Nuno offre me, il vaso; sono cosa tua, è un dono o Nane; poiché sono un dono, tuo è il diritto di proprietà; non pongano gli eredi vino cotto qui (dentro).
Risulta evidente che, eccetto poche concordanze, le sopra riportate interpretazioni si discostano fra loro notevolmente.
Significati a parte, si può anche rilevare che in qualche trascrizione, per esigenze d’interpretazione, lo studioso ha modificato alcune lettere, che nell’iscrizione originale sono incise con esattezza, o le ha aggiunte quando mancano del tutto.
M. Durante (in “Kokalos”, VII, 1961, p. 94, nota 12) confessa addirittura di non aver mai visto il vaso originale con l’iscrizione, né una riproduzione fotografica, ma di avere lavorato su trascrizioni fatte a mano non del tutto chiare.
G. Manganaro (in “Kokalos” 1984-85, p. 257) afferma di essere solo un epigrafista e non propriamente un linguista, ma non ha saputo resistere alla tentazione di proporre la sua interpretazione.
3. I Siculi, i Sicani e gli Elimi
La tradizione colloca l’arrivo in Sicilia dei Siculi in un’epoca contrassegnata da vasti movimenti etnici, ma le fonti letterarie non chiariscono molto la situazione preromana e anellenica e in genere sono considerate dagli esperti di scarso rilievo. Si tratta di testimonianze confuse e spesso contraddittorie. La stessa sommaria collocazione di Siculi a Est, Sicani ad Ovest ed Elimi a Nord-Ovest, prescinde da una chiara classificazione linguistica.
Non si può escludere la possibilità che i tre popoli risultino componenti dello stesso ceppo linguistico. A tale proposito la classificazione e l’interpretazione del materiale rinvenuto da Vincenzo Tusa nella Sicilia nord-occidentale (Elimi) potrà chiarire, mi auguro, questo aspetto non secondario della questione.
Solo da qualche tempo si comincia ad ammettere in Sicilia uno strato affine a modelli anatolici. Sono affermazioni molto generiche, ma costituiscono un passo avanti importante.
Si parla anche di una compresenza nell’isola, nella parte occidentale, cioè nelle città elime, di elementi non meglio precisati di origine ligure e si ammette una successione di arrivi, prima di Elimi e poi di Ausoni. In particolare l’invasione di questi ultimi è sembrata da collegare con «uno strato egeo-balcanico o indoeuropeo centrale», ipotesi che concorda in modo straordinario con la mia teoria.
La tradizione storica, per semplificare, può essere riassunta in due grossi filoni. Il primo fa riferimento ad Ellanico di Mitilene, il quale accomunava Sicani e Siculi, ritenendoli componenti dello stesso popolo, fin dal tempo della guerra di Troia. I due gruppi sarebbero giunti sull’Isola in tempi diversi, dopo l’arrivo degli Elimi.
La presenza dell’etnico Sikelos nell’Illiria e nell’Italia centro-meridionale, potrebbe far ritenere infatti che Sicani e Siculi, partendo dalla stessa area, abbiano percorso strade diverse in tempi diversi: i Sicani sarebbero giunti per primi, forse percorrendo una rotta nel Mediterraneo, i Siculi invece avrebbero attraversato l’Illiria e sarebbero penetrati in Italia dal Nord o attraversando il canale d’Otranto.
Il secondo filone fa riferimento ad Antioco di Siracusa, ispiratore di Tucidide, e a Ecateo di Mileto, a cui pare si sia ispirato lo stesso Erodoto, i quali ritenevano i Sicani gli abitanti più antichi di Sicilia, probabilmente a causa dell’arcaicità del loro insediamento nell’Isola, ma non accomunabili ai Siculi.
Su queste due ipotesi si sono innestate varianti da parte di altri storici, tra cui ricordiamo Filisto di Siracusa, Timeo di Tauromenio, Dionigi di Alicarnasso e Strabone.
Da quanto detto si può dedurre che una ricostruzione esauriente, basata sulla tradizione storica, appare quanto mai problematica. Non è possibile, insomma, azzardare un’ipotesi che possa risultare risolutiva. L’unico strumento attendibile resta dunque la lingua: la chiara interpretazione delle iscrizioni sicule è strumento adeguato ad illustrare sufficientemente la vicenda storica dei Siculi, dei Sicani e degli Elimi.
Purtroppo non si conoscono glosse sicane. Ma ciò può significare, più che una scomparsa precoce di tale idioma e di tale cultura, semplicemente che i Sicani non conoscevano un alfabeto. D’altra parte i Siculi cominciarono a scrivere solo a partire dalla colonizzazione greca e dai primi contatti con le avanguardie colonizzatrici. Da allora è cominciata una lenta grecizzazione che ha investito prima la Sicilia orientale, per estendersi poi a tutta l’isola.
Si può pensare che quando i Sicani furono in grado di usare un alfabeto erano ormai grecizzati. O, più realisticamente, possiamo supporre che l’idioma dei Sicani sia andato lentamente scomparendo, assorbito dal siculo prima e dal greco poi.
Ma con un po’ più di fantasia si potrebbe sospettare anche una certa affinità linguistica tra sicano e siculo, tanto da rendere le due lingue difficilmente distinguibili. Del resto la radice dell’etnico sik (una radice indiana) in ambedue i gruppi potrebbe accreditare l’arrivo di ondate di tribù dello stesso popolo o con la medesima provenienza.
Comunque, come punto di partenza, per classificare il siculo, bisogna considerare che le iscrizioni più significative (Centuripe, Mendolito, Adrano, Sciri, Siracusa, Montagna di Marzo) rientrano in un’epoca in cui le interazioni di tipo linguistico e socio-culturale non hanno provocato ancora sostanziali cambiamenti nell’idioma siculo, tenendo conto che solo alla fine del V secolo si è verificata la grecizzazione.
Ciò risulta più semplice da comprendere se si considera la collocazione areale dei Siculi. L’ubicazione delle loro sedi, prevalentemente nella parte orientale dell’isola, è ormai nota e si può affermare che è quasi sempre rintracciabile in luoghi impervi, inaccessibili e facilmente difendibili.
Bisogna inoltre supporre che i Siculi siano rimasti, in queste loro sedi, quasi indisturbati per almeno cinque secoli e che per lungo tempo tra loro e i colonizzatori greci siano intercorse solo relazioni di buon vicinato, soprattutto di tipo commerciale, e che l’alfabeto calcidese, appreso nelle pratiche commerciali, sia stato un valido mezzo per esprimere le loro idee e la loro cultura nella loro lingua.
Per quanto riguarda i documenti siculi, ai primi ritrovamenti, come l’iscrizione di Centuripe, nel tempo se ne sono aggiunti altri: quella di Mendolito, quella di Sciri, un’iscrizione su un kotile ritrovato a Grammichele, un’iscrizione su tazza da Siracusa e infine quella di Montagna di Marzo (non prendo in considerazione altre iscrizioni minori, a causa della loro brevità, dell’incompletezza e della frammentarietà). Tutto questo materiale è stato oggetto di innumerevoli tentativi di traduzione e di brillanti disquisizioni, ma, a mio modesto parere, nessuno dei problemi è stato risolto.
Da parte mia, nel corso delle traduzioni, ho potuto constatare che il siculo è un’entità linguistica che può sicuramente essere accostata alla lingua sanscrita e che, a differenza dell’etrusco, conserva la forma forte in tutte le parole e la forma flessiva tipica delle lingue indoeuropee.
4. Corrispondenze fra siculo, etrusco ed elimo
M. Durante sostiene che fra etrusco e siculo non ci sono relazioni. Questo per altro è il pensiero di numerosi altri studiosi.
In realtà, le due lingue si sono evolute in modo differente, ma conservano radici ancora abbastanza simili e, se si considera l’esiguità delle iscrizioni sicule, la compresenza di una ventina di glosse è un’occorrenza altissima.
In una breve iscrizione proveniente da Montagna di Marzo figura, come abbiamo già visto, il verbo khak, desiderare, parola che è presente anche nel Rotolo di Laris Pulenas.
Nell’iscrizione di Mendolito è attestata la parola akaram, da accostare alla radice sanscrita kr, fare, costruire. In etrusco troviamo, con identico significato, akarai nell’Aryballos Poupé, in TLE 169 e 939, e numerose altre cadenze del verbo kr.
Su un frammento di tegolo di Adrano, nella sequenza sesanires possiamo isolare sesan, sanscrito šesa-m, resto, dalla radice šis, restare, avanzare. In etrusco troviamo sesanseia, repositorio dei resti, in TLE 480. Adrano, sanscrito adri-agni, montagna di Agni, montagna del dio del fuoco, ha una corrispondenza etrusca nelle monete di Volterra, dove figura veladri, sanscrito vel-adri, montagna giardino, e in Adriatico, sanscrito adri-ati, oltre i monti.
Nell’iscrizione di Centuripe e su alcuni graffiti di Montagna di Marzo abbiamo trovato emi dal sanscrito asmi, io sono, che presso i Pracriti diventa ammi e presso gli Etruschi ame, in TLE 469 e 924.
Nell’iscrizione di Siracusa troviamo kala, sanscrito kâlá, tempo. In etrusco ta-kale, in quel tempo, in TLE 29 e ancora cla e cle, con eliminazione delle a brevi, una caratteristica dell’etrusco, in TLE 740 e 890, e nelle Bende di Zagabria.
Nell’iscrizione di Montagna di Marzo troviamo tiura, dal sanscrito tivr, severo, ardente, forte. In etrusco tevr in TLE 359 e tiur nelle lamine di Pyrgi e nelle Bende di Zagabria.
Sappiamo da Diodoro (XII, 29) che una città importante dei Siculi, forse la capitale stessa, si chiamava Trinacie. Questa parola può essere ricondotta al sanscrito trinakiya, posto con tanta erba, bosco, parco, giardino, ecc., da trina, erba. In etrusco tlenacei, in TLE 652 e tlenace in TLE 735, su statuette destinate a giardini.
In Montagna di Marzo troviamo tamura dal sanscrito tamora, tamra, rosso scuro, con tam, scuro, buio. In etrusco tmase, al buio in TLE 381.
Su un tegolo di Adrano è presente ais-uie: ais, sanscrito îš, aiša, dio. In etrusco ais in TLE 1 e nelle Bende di Zagabria; uie dal sanscrito huya, invoca, dalla radice hve, chiamare, invocare. In etrusco a-huia in TLE 622.
Troviamo tenti, tantum nell’iscrizione di Centuripe e tenine, con il versamento, sulla statua dell’Arringatore.
E ancora a Centuripe viino, sanscrito vihino, essere privo di, e vinac, sanscrito vínâ, senza, nella Tavola di Cortona.
Tante radici comuni, dunque. E comune è pure la tendenza a ricorrere alla e al posto della a breve sanscrita.
Ma anche differenze sostanziali. Fra siculo ed etrusco c’è una bella distinzione di cui prendere atto: mentre il siculo risulta, dalle concordanze e dai raffronti grammaticali, una lingua flessiva simile al sanscrito, per l’etrusco si pongono altri raffronti, giacché l’etrusco è una lingua agglutinante (almeno in parte) come le lingue dravidiche, che sono state classificate non indoeuropee. Questo è un problema molto grande che ha fatto ritenere l’etrusco una lingua molto strana, inclassificabile. Da qui credo siano nate le perplessità che hanno sempre circondato questa lingua. La famiglia delle lingue dravidiche conta quasi trenta lingue, in genere parlate nel sud dell’India e in Sri Lanka, ma anche in alcune zone del Pakistan, del Nepal, del Bangladesh, dell’India centrale e orientale, e anche in alcune zone dell’Afghanistan e dell’Iran. Entrando nello specifico delle lingue dravidiche, specialmente nel malayam, nel kannada e nel telugu, l’ortografia mostra una distinzione nell’aspirazione, ma le parole sono pronunciate senza alcuna differenza fra aspirate e occlusive, come avviene in etrusco. Le lingue dravidiche hanno moltissime parole che provengono dal sanscrito (più del 50%) e da altre lingue indoeuropee. Secondo la tradizione storica dravidica la nascita del tamil, la più antica lingua dravidica, viene attribuita ad Agastya, ricordato nel Rig-Veda come uno dei saggi più eminenti del suo tempo. Del resto molti re dravidici si autodefinivano ariani, discendenti diretti del dio Manu, che nella tradizione hindu corrisponde a Noè, cioé colui che ripopolò le terre dopo il diluvio universale. Dobbiamo pensare dunque alla possibilità che la civiltà indo-sarasvati, così avanzata e multietnica, avesse due, o più sistemi linguistici in uso.
Sembra verosimile che la lingua indoeuropea in uso nel bacino indo-sarasvati in origine avesse forme grammaticali molto semplici, con forme di tipo agglutinante, che convivesse con lingue dravidiche e che le popolazioni ariane e dravidiche comprendessero benissimo le varie lingue. Io sospetto che nel terzo millennio a.C. le differenze fossero minime. In tempi successivi le lingue indoeuropee devono essersi evolute verso forme flessive, differenziandosi dalle lingue dravidiche.
Tra le lingue dravidiche settentrionali c’è il brahui, l’unica lingua dravidica parlata in Pakistan, nella provincia del Belucistan. Si tratta di una lingua dravidica parlata in un torritorio prossimo alle aree indo-vediche, ed è quindi ipotizzabile che dal patrimonio linguistico vedico i parlanti brahui abbiano acquisito la maggioranza delle parole, anche se l’impostazione grammaticale è rimasta immutata.
L’etrusco non conosce i numerali sanscriti, probabilmente perché ha conservato quelli originali, mentre nel siculo sembra ne sia confermato l’uso con eka di Mendolito e dvi di Adrano.
L’etrusco ricorre spesso alla sincope delle vocali interne, che nel siculo sono perfettamente dispiegate: difformità che si riscontrano solo nella scrittura, dal momento che nella lingua parlata le vocali erano sicuramente pronunciate.
Bastano queste semplici riflessioni a farci capire come le due lingue siano sicuramente imparentate, anche se possiamo ipotizzare per entrambe evoluzioni autonome.
Ciò risulta più evidente se si analizza la struttura delle frasi: da tale analisi appare chiaro che l’etrusco è legato a forme antichissime presanscrite a cui è rimasto sempre fedele, mentre nel siculo è più evidente una lenta ma costante evoluzione.
Sull’elimo, purtroppo, c’è poco da dire perché le iscrizioni fin qui venute alla luce sono in genere minime, o illeggibili, o frammentarie. Le parole più note, comunque, sembrano avere un legame con il sanscrito e quindi con il siculo e l’etrusco.
La famosissima peihiei, nell’ambito di un testo segestano molto frammentario (oggetto di brillanti ipotesi da parte di molti studiosi, tra i quali Lejeune), può essere accostato al sanscrito pahi, dalla radice pâ, proteggere. Quindi proteggimi o proteggici.
emi, come nel siculo, è da accostare all’etrusco ame, hindì ammi, sanscrito asmi, io sono.
puri da accostare al sanscrito puri (etrusco spur), città.
pinas da accostare al sanscrito pinas (etrusco pinas), forte, robusto.
apa, sanscrito apas (etrusco apa), lavoro, atto sacrificale.
api da accostare al sanscrito api (siculo api), anche.
Per spiegare ataitukaiemi bisogna ricordare una regola del sanscrito che riguarda i composti, nei quali si predilige la costruzione nominale e si fa volentieri a meno del verbo.
Nel nostro caso, trattandosi di offerte, deve intendersi atai tukai emi: emi, io sono; tukai pertinentivo-dativo, sanscrito tukh (etrusco tukh), bambino; atai, sanscrito hatá, ucciso (p.p. di han). Quindi: Io sono (offerto) per il bambino ucciso (al bambino ucciso).
5. Appunti di grammatica
Le iscrizioni sicule, come vedremo, sono poche, brevi e frammentarie e ciò mi permette di definire solo in maniera sommaria qualche regola grammaticale. Questi quindi sono solo delle annotazioni su ciò che appare più evidente dall’analisi dei testi. Sarà mia premura comunque definire e spiegare al lettore, nel corso di ogni traduzione, le regole più importanti.
Il siculo è una lingua flessiva, simile al sanscrito. Lo si può evincere da alcuni esempi: akaram, maieskakami, dadenami, viinobrtom, emponitantom, pipoked, dedazed, mita che sono esempi di coniugazioni identiche o simili al sanscrito.
Possiamo poi rilevare che la a breve sanscrita nel siculo diventa generalmente e, a volte anche o; la i spesso diventa e e la u diventa o. Nel siculo c’è una straordinaria tendenza al dittongo: tebei, praarei, bourenai, qoi, kei, pomiae, bureita. La â sanscrita in genere diventa ai - ae - ao; î diventa ei (è da presumere, dunque, che û possa diventare au, ou). Nelle parole composte in genere l’ultima vocale del primo membro termina in o. È il caso di apo-teron, po-mana, po-miae, rato-ra, kento-ripe, viino-brtom, empo-nitantom ecc. Ciò non accade in caso di fusione delle vocali, come in praarei, tiurela, ecc.
Oltre alla tendenza al dittongo, nel siculo possiamo rilevare che le sorde finali dei verbi diventano sonore (t, d). Ciò avviene anche per p, b. Rilevato anche il passaggio delle medie aspirate a tenui (dh, t; bh, p).
In sanscrito l’h è classificata come media semivocale, corrispondente alla vocale gutturale a. Sarebbe più logico, quindi, intendere l’h sicula come ha o a, ma credo che nel siculo, quando ha valore di semivocale, debba leggersi y; almeno in un caso, hiti di Adrano, abbia valore di aspirata, essendo posta tra due i (la parola precedente è dvi). Inoltre è usata per accompagnare la s cerebrale (sh), come nel sanscrito (mrukesh).
La o quadratica non ha un valore fisso. In qualche caso è usata con valore di vi (Centuripe, Adrano), altrove con normale valore di o. Nei testi dove ha valore di o, non ci sono o rotonde. È da presumere quindi che queste difformità dipendano dalla difficoltà di assimilare perfettamente un alfabeto di un’altra lingua per esprimersi nella propria lingua, dal diverso livello culturale dei vari scribi e infine dai tempi diversi in cui le iscrizioni sono state eseguite.
Conclusione
Vorrei terminare questa relazione con una citazione che mi sembra molto pertinente e che spiega che cosa accade quando i paradigmi ufficiali di una scienza cominciano a vacillare. In un celebre libro, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, il filosofo Thomas S. Kuhn spiega che quando ciò avviene, non è mai un processo indolore a causa della fiera opposizione della comunità scientifica. “Un mutamento di paradigma” spiega Kuhn “richiede un mutamento di ottica. Questo costituisce una rivoluzione conoscitiva che modifica radicalmente i nostri punti di vista. È un’operazione raramente indolore, perché per gli scienziati, come per tutti, adottare o abbandonare un particolare punto di vista rappresenta una posta altissima. Per sollevare il velo del passato, dobbiamo prima sollevare quello che ricopre le nostre menti. I nostri preconcetti tendono ad offuscare le percezioni. Possiamo vedere con chiarezza solo quando siamo disposti a sospendere il giudizio e permettere alle prove, per quanto umanamente possibile, di parlare da sole. Soprattutto dobbiamo essere pronti a riesaminare le nostre teorie quando incontriamo un numero sufficiente di fatti anomali e discordanti”.
La mia ricerca, rispetto ai paradigmi ufficiali oggi in auge, costituisce una “scomoda prova” e ha il merito di essere assolutamente originale. Nel mio libro La lingua dei Siculi (Marna 2008) ho cercato di illustrare la teoria di comparazione del siculo con il preindoeuropeo in una tale maniera da non lasciare eccessivi margini al dubbio, “per quanto umanamente possibile”.
In questa operazione ho tenuto conto dei numerosi e preziosi consigli di alcuni fra i maggiori ricercatori italiani ed europei e delle intuizioni di Piero Bernardini Marzolla. A loro va la mia stima incondizionata e il mio sincero ringraziamento.