Tra cronaca e storia

 

            Già agli inizi del Novecento, quando con pubblico atto del 28 febbraio 1917 l’Ammministrazione del Fondo per il Culto cedeva le fabbriche dell’ex monastero al Comune e la contigua chiesa alla Curia Arcivescovile di Palermo, la situazione generale dell’immobile non doveva presentarsi alquanto confortante: ”... la trascuranza di manutenzione ed il quasi abbandono di molti locali hanno completato l’opera del tempo, per modo che tutto il fabbricato si trova in pessimo stato, ed alcuni locali son addirittura cadenti”.

            La storia successiva del complesso di S. Chiara si relaziona con la cessione dell’immobile ai Salesiani. Sin dal febbraio del 1918 a Palermo, il Comitato “pro orfani di guerra” deliberò di affidare a quest’Ordine l’educazione e l’istruzione dei ragazzi più bisognosi.

            L’allora Rettore Maggiore dei Salesiani, don Albera volle che gli stessi religiosi fondassero l’Istituto. Dopo l’occupazione di diversi edifici provvisori (Don Bosco, case in via Sampolo), la scelta per la sede definitiva ricadde sull’ex convento di S. Chiara, che dopo la cennata delibera del 1917, era stato affidato ai Gesuiti che vi officiavano la chiesa. Da lì a poco, il 19 marzo del 1919, il Padre Provinciale dei Gesuiti comunicava ai Salesiani la completa cessione dei locali.

            Il fatto viene “gustosamente” riportato nella “Cronaca della Casa”, che riferisce anche le precarie condizioni dell’immobile “...scale piccole, strette dirute; antri spelonche umide e ammuffite; muri cadenti, soffitti  e pavimenti smantellati, consumati dal tempo  e pericolosi; finestre decrepite e tutte da rifarsi.”, ed ancora riporta ciò che un illustre visitatore esclamava che se i “Salesiani fanno queste spese sono ricchi!”. A cui seguì una  risposta molto corretta :”...i Salesiani sono ricchi e poveri nel medesimo tempo. Sono poveri perchè nulla posseggono, ... sono ricchi di fiducia nella Provvidenza e questa l’eredità lasciata dal nostro fondatore Don Bosco..." .

            Comunque la completa ratifica dell’avvenuta aquisizione si ebbe soltanto nel 1928. In quest’anno la Municipalità di Palermo con atto stipulato dal notaio F.P. Lionti assegnava il manufatto di S. Chiara all’arcivescovo pro-tempore monsignor Filippi; quest’ultimo nel medesimo atto trasferiva ai  Salesiani la Chiesa e gli immobili posti a sinistra di essa; mentre alle suore “Figlie della Misericordia” veniva concessa la restante parte degli immobili.

            Indubbiamente la cessione ai Salesiani e l’istituzione dell’Orfanotrofio di guerra contribuì a dare vita al complesso e ad assicurare l’ordinaria manutenzione dell’immmobile dalla prima metà del secolo e sino alla seconda guerra mondiale.

            Per quanto riguarda la manutenzione dei beni, troviamo documentati degli interventi di restauro nella chiesa ai due quadroni del Cappellone con storie di S: Francesco e S. Chiara, eseguiti nel 1936 ed affidati con fondi propri “dall’Ispettore della Federazione artigiana al Capo Comunità e Membro Nazionale del Restauro opere d’arte Prof. Li Greci”.

La catastrofe sul complesso edilizio di S. Chiara si abbatteva nel maggio  del  1943  con  i  bombardamenti  che  dovevano sfigurare  per sempre   il   volto   del  centro  storico  della  nostra  città.   Le   bombe colpivano  in   particolare  la  facciata  della  chiesa  e  l’ala sud dell’ex

monastero, sotto le cui macerie perivano purtroppo numerosi orfanelli e religiose.; queste ultime dopo pochi anni,  precisamente il 3 luglio del 1945, cederanno parte della  loro quota ai Salesiani.

            Nel crollo della facciata esternamente andavano in rovina il bellissimo portale in pietra di Paolo Amato e le importantissime lapidi medievali con stemmi, già rese note dal Basile. Rimanevano fortunatamente intatti il campanile e la zona presbiteria.

            I lavori di ricostruzione e restauro, dopo quelli compiuti nei primi del secolo, cominciavano nell’immmediato dopoguerra agli inizi degli anni 50, assieme agli altri interventi straordinari che  contemporaneamente interessavano numerose chiese e conventi palermitani colpiti dalle bombe: il Gesù a Casa Professa, il SS. Salvatore, S. Francesco d’Assisi, l’ex sede del Collegio Gesuitico (biblioteca Regionale), S. Ignazio all’Olivella. In quella occasione si procedette a ricostruire interamente la facciata in forme neo-cinquecentesche, sulla quale venne inserito il portale proveniente dalla Chiesa della Madonna della Grazia della Maestranza dei Macellai.

            Mentre sulle strutture monasteriali, i  Salesiani hanno compiuto numerosi interventi in diversi periodi, dettati anche dalle nuove esigenze di ampliamento e ristrutturazione.

            La storia dell'Istituto degli ultimi anni, cioè dal 1968 in poi, si è dovuta confrontare con realtà ben diverse tra loro, anche lontane dagli scopi della prima fondazione (assistenza agli orfani) ma sempre legate all'aiuto dato alle persone più bisognose.

            Oggi il S. Chiara, ha infatti assunto la fisionomia di  "centro pilota" per l'attività sociale sopratutto a favore dei giovani e delle famiglie bisognose dell'Albergheria, quartiere che ormai accoglie anche molti immigrati che con la loro presenza, sempre più massiccia, pongono svariati problemi.   Per risolvere ciò  parte dell'assistenza si  è prodigata nella  creazione di  un osservatorio epidemiologico nato    per  offrire la possibilità di un'assistenza sanitaria a tutti coloro che ne sono sprovvisti.

            Dopo le necessarie opere di ristrutturazioni, effettuate con l'aiuto dell'amministrazione comunale, nell'aprile del 1988, viene inaugurato il Poliambulatorio per immigrati extracomunitari. Sono sorti così diversi ambulatori con varie specializzazioni (dermatologia, neuropsichiatria, pediatria ecc.); e dal novembre del 1990 inizia anche il servizio di accoglienza notturna. Quindi, ancora una volta, tutta l'assistenza alle famiglie del quartiere e agli immigrati viene portata avanti con la coerenza della scelta di mettersi al servizio dei poveri e degli emarginati regola che ha sempre contraddistinto i principi  dell' attività dei  Salesiani.  

 

 Analisi filologica e tipologica

 

 

            Prima di analizzare e di approfondire l’argomento sul monastero di S. Chiara, dobbiamo ricordare che le sue fabbriche, sorte nel 1344, si rifanno stilisticamente (basi di pilastri, cornici, costoloni,  ecc.) a periodi diversi tra di loro frutto dei molteplici rimaneggiamenti che dovette subire il monastero, infatti l’arco di tempo va dal medioevo ai grandi interventi barocchi, via via sino a quelli del dopoguerra. Interventi che nella prima parte di questa relazione si è cercato di ricostruire sulla base dei documenti disponibili, analizzando le vicende del complesso nel contesto della vita della città.

            In questa seconda parte si cercherà di descrivere il manufatto nel suo stato attuale e quindi studiando le fabbriche esistenti, si analizzeranno le antiche tecniche, confrontandole con l’uso dei materiali  sulla base dei documenti utilizzati. Anche se le indagini fin qui svolte non ci permettono di distinguere con esattezza alcuni ampliamenti sei-settecenteschi, sia per la scarsezza delle fonti che per i successivi rimaneggiamenti. I primi furono quelli realizzati  dopo l’istituzione dell’Orfanotrofio di guerra (1919), resi necessari per l’adeguamento delle strutture alla nuova destinazione, i secondi nel dopoguerra dopo i bombardamenti del 1943.                   

Comunque dall’elaborazione dei dati risulta evidente che nè le successive trasformazioni, nè le offese belliche o naturali come i dissesti verificatisi a causa dei terremoti del 1726, durante il quale, a detta del Mongitore, nel convento e nella chiesa “si aprirono più fissure”, e “per timore di precipizio bisognò atterrarsi il canpanile”, hanno rovinato il monumento al punto da renderne  incomprensibile la sua  lettura.

            Le fabbriche erano ben solide, le parti più staticamente sollecitate erano  state  realizzate  in ottima pietra da taglio; cantonali, archi  piedritti, costoloni   e  stipiti,  perfettamente    intagliati,   infrenavano    la muratura di pietrame informe o grossolamente squadrato e ben rinzeppato con ottima malta e sempre regolarmente intonacato.

            Così come risulta dalle fonti, la pietra era l’elemento fondamentale e la sua varietà rispecchia un uso diversificato: pietre grossolane per le mura dei giardini, le fondamenta, i muri laterali e le facciate secondarie , i pietroni ( duchene e trupelli) per rafforzare le fondamenta, pietre da taglio per le facciate, gli archi, le cantonate e tutti gli elementi decorativi e i punti deboli dei muri, feritoie, finestre, porte, cimase corbelli (mensole), modanature e balconi. Il mattone è quasi assente, mentre la copertura è fatta con tegole. I mattoni da pavimento, così come si vedono oggi, in alcuni vani,  come quello di maioliche ancora esistente, appaiono tardi e sono frutto sicuramente delle ristrutturazioni seicentesche visto che a Palermo si diffusero soltanto alla fine del quattrocento dopo la sistemazione del Piano della Cattedrale la famosa  piazza “amadunata”.                        

Dai contratti edili visti sulle varie parti del monastero la copertura viene raramente precisata, così come non viene mai specificato il tipo di  pietra impiegata. Anche se per il tetto non ci sono dubbi, realizzato come abbiamo detto, a tegole poste sopra un’armatura di chabruni o serraticii (tavole e travicelli), con l'uso delle canne intrecciate che  potevano essere impiegate come solaio di copertura. Questo per quel che riguarda le opere di muratura esterne, mentre all’interno gli ultimi interventi furono probabilmente, dopo tutto il lavoro di carpenteria, la sistemazione del pavimento realizzato a mattoni nei solai, seguito dall'operazione di intonacare  le  mura  e  ricavarci  dentro,  dove  era possibile, degli armadi murali, fatti con pietra da taglio e poi “abbuccate” con malta. Il carpentiere  aveva già  costruito   i   solai,  con   travi, mensole o capitelli, aveva sistemato i tetti dalla parte dell’armatura e anche i tramezzi e le scale di legno, impanellate e timpagnate, e coperte da una volta di tavole.

            Particolarmente interessante, per la ricostruzione degli interventi, il dislivello presente  all’interno del complesso che denuncia il passaggio della muratura originaria addossata, forse, alle antiche mura che cingevano la Palermo punico-romana, così come si evince dalle elaborazioni fatte sulla base della cartografia esistente. Anche se sulla fabbrica le sovrapposizioni architettoniche sono molteplici, visto che in quest’area preesisteva anche il palazzo di Matteo di Termini, realizzato nel secolo XII. Dunque, osservando oggi le singole parti che compongono questo edificio, troviamo tutte quelle sovrapposizioni costruttive accanto ai falsi stilistici, frutto sopratutto degli interventi novecenteschi.

            La prima grande ristrutturazione con i successivi ampliamenti del complesso inizia nel Seicento, secolo in cui si fa evidente la nuova dottrina di architetti disegnatori, tanto chiamati dai vicerè  quanto dagli ordini religiosi per le loro opere monastiche, dottrina che s’impone risolutamente sulla tradizione locale dei tagliapietra. E fu proprio in questo clima di adeguamento e novità che le antiche fabbriche medioevali di S. Chiara vennero progressivamente sostituite ed ampliate.

            Inizieremo la descrizione di esse, dallo stato attuale del complesso, dall’ingresso posto su piazza S. Chiara, collaterale alla chiesa.  La pianta del monastero vero e proprio è piuttosto regolare: un corridoio  lo delimita sul fianco ovest terminando in un grande chiostro con loggiato.  Questo corridoio fiancheggia i due chiostri posti ad ovest rispetto alla chiesa,separati l’uno dall’altro da un’altro corridoio normale al primo.

            Diverse celle ed altri ambienti si aprono lungo i corridoi che circondano i piani superiori i due chiostri formando una passeggiata interna. Il merito principale  delle fabbriche consiste nella capacità ch’esse hanno  di   far architettura con elementari mezzi strutturali: nel taglio dei due chiostri, nel loggiato soprastante. Anche se la differenza stilistica tra di essi è evidente, diremmo che mentre un chiostro chiude gli spazi, l’altro li dilata. La restante parte del complesso è delimitata da diversi edifici ( A, E, C, D),  che circondano il chiostro più grande dominato dal grande corpo rettangolare, sovrastante il loggiato, che prospetta su via G. M. Puglia. Probabilmente la sua antica destinazione d'uso fu quella di refettorio - laboratorio;  mentre l'altro edificio su via Rua Formaggi ospitava l'antico eremo  delle clarisse. Tra la Chiesa ed il chiostro più grande si trova l'ingresso (B), da qui si accede al primo  chiostro sempre con loggiato, con al centro una fontana seicentesca, continuando, si trova la scala che dà accesso ai locali superiori.

            L'area ad est della Chiesa (M, N, H, G, F) è anch'essa delimitata da un grande spazio quadrangolare su cui prospetta un corpo rettangolare di quattro piani che accoglie diverse funzioni.

            Dietro la Chiesa, sul lato prospicente Rua Formaggi vi è un ampio giardino con alcuni ruderi.

            Comunque nel tempo sulle fabbriche del monastero, dopo i lavori del sei-settecento, sono state apportate numerose trasformazioni. I Salesiani, infatti,  hanno compiuto numerosi interventi in diversi anni:  i primi nel 1928, quando iniziarono  la demolizione e ricostruzione del corpo di fabbrica, l'antico eremo luogo di penitenza delle clarisse, con le seguenti nuove destinazioni d'uso piano terra magazzino con accesso su via Rua Formaggi, piano primo adibito a cucina-dispensa  e  legnaia  ed  il secondo livello a refettorio.

Tutta l'opera è stata realizzata con una struttura mista composta di muratura e cemento armato, con copertura a falde inclinate in legno e manto di coppi ampliando l'intervento con la ristrutturazione dei diversi locali pericolanti.

            Nel 1930 si attua la demolizione della pericolante sacrestia grande, le cui macerie sono state stratificate nel prospiciente giardino, modificando così la sua quota originaria di circa metri 2,00; sull'area di risulta è stato costruito l'attuale teatro in struttura di cemento armato.

            Successivamente nel 1944 tale manufatto è stato sopraelevato di un piano, realizzato sempre in cemento armato, per dare posto al laboratorio di sartoria, costituito da due grandi saloni e vani accessori.

Nel 1938, è da segnalare un'altra sopraelevazione,  il corpo di fabbrica prospiciente Via G.M. Puglia e ricostruito la relativa scala, per adibirlo a dormitorio. Tale corpo di fabbrica si presume fosse l'antico refettorio-laboratorio delle clarisse, con portico  in pietra di Billiemi, soffitto a volta reale. Allo stato attuale ha pianta rettangolare e si sviluppa in altezza con quattro elevazioni: il piano terra è adibito  a  laboratorio  di  falegnameria, mentre ai piani successivi  troviamo gli alloggi dei giovani e dei religiosi.                      

Al suo interno in due stanze del secondo piano, si conservano dei pavimenti in maiolica smaltata raffiguranti scene di caccia.

            Successivamente,  nel 1945  i lavori riprendono con la  completa ristrutturazione di tutto il terzo e quarto piano prospiciente su via Rua Formaggi e Scarparelli, ricavando i locali delle aule scolastiche e catechistiche, seguiti  poco tempo dopo dall'acquisto di diverse case dirute, adiacenti l'Oratorio, con relativo giardino.

            Nel 1948 per accordi presi con le suore "Figlie della Misericordia", i Salesiani   hanno  ricostruito  (tre  piani)  la  parte  di  monastero  a  loro restante, perchè era stata  distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale; allo stato attuale qust'area è ancora al rustico. In seguito fu abbandonata dalle suore e ritornata in possesso della Curia Arcivescovile di Palermo,  che decise di assegnare i locali alla sede della Caritas.

            Nel 1949 si sono conclusi i lavori  di ricostruzione di circa metà chiesa crollata per i suddetti eventi bellici: il prospetto è stato ricostruito e il perduto portale seicentesco,  è stato sostituito con quello proveniente dalla Chiesa della Madonna della Grazia della Maestranza dei Macellai.              Mentre  il  prezioso  pavimento simile  a  quello di Casa Professa  è

stato coperto con l'attuale in Botticino.(1)

 

 

 

            NOTE:

 

1) Fonte principale per l'analisi degli antichi materiali utilizzati è stato il fondo archivistico del "Venerabile monastero di S. Chiara", conservato presso l'Archivio di Stato di Palermo, Corporazioni religiose soppresse. Monastero di S. Chiara, op. cit.

G. Bresc Bautier-H. Bresc, Maramma. I mestieri della costruzione  nella Sicilia medievale, Palermo 1992, pag. 145 e sgg.

G. Lanza Tomasi, Castelli e monasteri siciliani, Palermo 1968, pag. 20 e sgg.

 

 

 

                                         Exallievo e Architetto

                                            Giuseppe Costa