L'antico palazzo di Matteo da Termini, realizzato forse nel secolo XIII, era posizionato tra le attuali via M. Puglia e la piazza di S. Chiara, cioè in quell'area, che oggi e' occupata in buona parte dal monastero di S. Chiara. Qui egli esercitava , così come riferisce il Mongitore, le proprie leggi era infatti Mastro Giustiziere del Regno. Dopo il 1308, il nobile milite Matteo Sclafani ereditò tutto il suo patrimonio, compreso il palazzo. E fu proprio in questo luogo, che il conte fondava nel 1344 la chiesa e convento femminile di S. Chiara. Ciò e' confermato anche dall'antica iscrizione, oggi perduta, riferita dal Mongitore:
...In questo luogo, Matteo da Termine, esercitò le proprie leggi di Mastro Giustiziere del Regno, egli era aspro e rigido, nobile soldato, zio del detto conte Matteo di Sclafani. Perciò più sia questo luogo denominato del detto Matteo di termine ma da questo Matteo Sclafani, che ha edificato la chiesa di S. Chiara.
Prima di affrontare la ricostruzione storica delle operazioni tecnico-strutturali, ci sembra opportuno tratteggiare brevemente la vicenda del monastero dalla sua fondazione sino al momento in cui venne deliberata la costruzione della nuova Chiesa seguita dagli interventi di ampliamento e ristrutturazione del convento.
Da quanto riferisce il Mongitore nel suo manoscritto dedicato alla storia dei monasteri di Palermo (1), apprendiamo che il fondatore del Convento e Chiesa di S. Chiara, fu il nobile Matteo Di Sclafani, che diventa conte di Ademò (odierna Adrano), nel 1303. Il titolo comitale voluto dagli Aragonesi era carico di prestigio e sottolineava il dinamismo di un capofamiglia, un "uomo di pugno", capo di un'impresa di potere (2). Prova del carattere del conte Matteo è la sfida lanciata al cognato Manfredi Chiaramente; gli promise che avrebbe costruito in anno un palazzo più grande e sontuoso del suo, promessa che si concretò nel 1330 nella erezione della monumentale dimora della famiglia, che vantava, come i Chiaramente, discendenza dai nobili guerrieri venuti in Sicilia al seguito dei Normanni (3).
La riuscita bravata dì Matteo, ci restituisce certamente una preziosa testimonianza dell'architettura civile trecentesca ma anche la dimostrazione della sua potenza. Secondo lo storico I. Peri nel suo libro (4), la ricchezza ed il potere del conte Sclafani derivarono, dalle rendite concesse, nel 1308, dal nobile Matteo da Termini, che dopo la sua morte, lo destinò suo erede universale. E importante sottolinearlo, perché lì dove oggi è situato il complesso di S. Chiara, preesisteva il palazzo di Matteo da Termini, compreso tra le attuali Vie di G.M. Puglia (ex S. Chiara) e Piazza S. Chiara, edificato forse nel XIII secolo. Ciò viene confermato anche dalla tabella marmorea, riferita dal Mongitore, che nel suo manoscritto riporta (f.I70) l'iscrizione, oggi perduta, della lapide di fondazione: "Tabella Marmorea sopra la porta del Monastero di S. Chiara, che si ha letto con più correzione...
"Era l'anno quarto dopo il mille trecento trenta regnando Ludovico Rè di Sicilia ed altri anni quattro volte dece quando fu rinnovata. Il Conte Matteo di Sclafani edificò questa Chiosa a nome di S. Chiara con sue larghe spese. In questo luogo, Matteo da Termini, esercitò le proprie leggi di Mastro Giustiziere del Regno, egli era aspro e rigido, nobile soldato, zio del detto Conte Matteo dì Sclafani. Porci o più sia questo luogo denominato del detto Matteo di Termini ma anche da questo Matteo Sclafani, che ha edificato la Chiesa di S. Chiara".
II complesso monasteriale di S. Chiara prospetta sull'ampliamento, attuale Piazza S. Chiara, di un tratto del percorso che con Via Biscottar!, Via M. Puglia (ex S. Chiara), Vicolo Panormita, Via G. D'Alesi, Piazza Bellini costituiva il limite meridionale dell'antica città punico-romana .
Morfologicamente quest'area, contigua alla zona del Cassare, è contrassegnata da una struttura urbana che s'impernia sul lungo caratteristico alveo della Via Porta Di Castro, aperta nel 1592, tracciata sul letto del torrente Kemonia, alla cui bassa estremità troviamo la via del mercato di Ballarò, mentre a Nord il limite corrisponde al forte salto di quota coincidente con le mura più antiche, prospicienti sul Kemonia.
Il percorso, senza soluzioni di continuità da Via Biscottar!, risale lungo l'antico tracciato ( le mura) e si apre in due piazze (S. Chiara - Speciale) delle quali è possibile cogliere l'organicità degli antichi percorsi, d'impianto alto medievale, che vi sboccano e le stratificazioni architettoniche, maggiormente evidenti nel Monastero di S. Chiara e nel Palazzo Speciale-RaffadaIi, costruito nel 1468, die assieme al Palazzo Ugo delle Favare, realizzato nel XVIII secolo, prospettano sulla salita Raffadali, realizzata nel 1603, che testimonia con il suo andamento le notevoli differenze altimetriche fra la città antica (racchiusa tra le prime mura), l'alveo del Kemonia (1).
Prima dell'intervento di rettifica e sventramento cinquecentesco (la Via Porta Di Castro), il tessuto manteneva una propria compattezza, interrotto al suo interno soltanto dai darbi, di origine islamica che rappresentavano le strutture viarie intermedie.
Ad essi facevano capo le strade principali. Una di esse partiva dalla Torre del Palazzo Reale, proseguendo ad oriente, passava davanti l'antica Chiesa di S. Costantino de Jalca ed il fronte meridionale di Palazzo Sclafani, per continuare lungo l'attuale Via Biscottar!, la Via M. Puglia e l'attuale Via D'Alesi fino la Piazza Pretoria, davanti la Chiesa di San Cataldo.
Forse non è soltanto una coincidenza il posizionamento, sulla medesima strada del palazzo di Matteo Sclafani e del Convento e Chiesa di S. Chiara, da lui stesso fondati nel XIV secolo.
Essa, era ancora sino al quattrocento assieme al Cassare e a quella settentrionale che, lungo tutto il percorso del quartiere Jalca arrivava sino al Piano di Montevergini, come abbiamo detto, una delle principali sviluppatasi, a ridosso delle mura.
I supporti documentar! fugano ogni dubbio sulla paternità in toto di Paolo Amato (Ciminna, 1634 - Palermo, 1714) e sulla data della ricostruzione della Chiesa al 1678/79. Il bombardamento ci priva di tutta una serie di dettagli costruttivi, architettonici e decorativi che ci inducono ad una lettura della Chiesa come emergenza (o sopravvivenza) di un contesto perduto ma che possiamo appunto in parte qualitativamente dedurre per comprendere l'intenzionalità originale dell'architetto. Assistiamo così alla nascita di un cantiere barocco (proseguito nel cantiere del 1734): barocco nella sua versatilità così come nella chiave stilistica, attraverso la sintesi della già complessa personalità dell'Amato (1 ).
Si tratta, come già abbiamo detto, tipologicamente di una tipica chiesa conventuale, dal la fotografia prebellica in cui si nota anche l'attacco del corpo del Monastero, deduciamo un fronte totalmente rettilineo col beneficio dei danni eventualmente subiti col terremoto del 1726 che si inquadra tranquillamente in una tradizione architettonica corrente che non proietta Finterò movimento curvilineo sull'esterno. La scarna facciata si risolve sbrigativamente con un portale di bei disegno e felice inventiva ma sostanzialmente privo di profondità, accostabile stilisticamente per molti versi al campanile di S. Giuseppe dei Teatini e ai molti disegni di apparati rimastici (2).
L'interno risulta profondamente modificato per i danni del terremoto del 1726, i successivi lavori degli anni '30 ed infine la ricostruzione dopo il bombardamento del 1943. La Chiesa illuminata da grandi finestroni schermati da grate a petto d'oca trova nella zona terminale leggerezza e luminosità grazie ai lunettoni ripetuti che danno luce alla cupola, simbolicamente prestigiosa.
Non sta a noi parlare dell'apparato decorativo della Chiesa, in cui viene ripetuta una controllata iconografia di conchiglie, putti, palme e gigli; la decorazione non ostentata, più che ad un preludio quasi classicistico, può corrispondere ad un'osservanza ritrovata delle regole dell'ordine ed alla scelta di un nuovo abito anche spirituale del convento alla luce dei dettami pontifici.
Il campanile (oltre alla citazione del Mongitore "campanile moderno") non è in alcun modo supportato da note d'archivio. Seppure previsto nella primitiva struttura, non sarebbe sopravvissuto al terremoto che sembra colpire in particolare modo il lato nord, opposto al convento.
Exallievo - Architetto
Giuseppe Costa